Plusvalenze sulla cessione di fabbricati da demolire: trattamento fiscale


Forniti chiarimenti sulla questione se l’atto di cessione di un fabbricato da demolire sia riconducibile alla cessione di un terreno suscettibile di utilizzazione edificatoria e quindi possa generare una plusvalenza imponibile ai sensi dell’art. 67, co. 1, lett. b), del TUIR (Agenzia Entrate – risposta 04 settembre 2020, n. 312).

Recentemente l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’art. 67, co. 1, lett. b), D.P.R. n. 917/1986 (TUIR), include fra i redditi diversi, se non costituiscono redditi di capitale ovvero se non sono conseguiti nell’esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali o da società in nome collettivo e in accomandita semplice, né in relazione alla qualità di lavoratore dipendente, le plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di beni immobili acquistati o costruiti da non più di cinque anni, esclusi quelli acquisiti per successione e le unità immobiliari urbane che per la maggior parte del periodo intercorso tra l’acquisto o la costruzione e la cessione sono state adibite ad abitazione principale del cedente o dei suoi familiari, nonché, in ogni caso, le plusvalenze a seguito di cessioni a titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria secondo gli strumenti urbanistici vigenti al momento della cessione.


In precedenza era stato chiarito che la vendita a titolo oneroso di fabbricati ricadenti in un’area oggetto di un piano di recupero, approvato in via definitiva dal Comune, è riconducibile alla fattispecie della cessione di terreno suscettibile di utilizzazione edificatoria di cui al cit. art. 67, con conseguente tassabilità della plusvalenza a prescindere dal periodo di possesso del cespite.


Tale posizione interpretativa si basa sulla considerazione che se i fabbricati ceduti ricadono in un piano di recupero, da cui notoriamente discende la possibilità di sviluppare in termini di incremento le cubature esistenti, oggetto della compravendita non possano essere più considerati i fabbricati, oramai privi di effettivo valore economico, ma, diversamente, l’area su cui gli stessi insistono, riqualificata in relazione alla potenzialità edificatorie in corso di definizione.


L’Amministrazione finanziaria ha dato applicazione generalizzata al principio espresso nella citata risoluzione, riferendolo anche ad altre casistiche, tra cui le cessioni di fabbricati “da demolire”.


Su tali basi si è dunque operata la riqualificazione dell’oggetto della cessione da ” fabbricato” a “terreno suscettibile di utilizzazione edificatoria”, con applicazione del trattamento fiscale riservato a quest’ultima ipotesi.


Tale interpretazione seguita dall’Amministrazione finanziaria non ha tuttavia trovato conferma nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui, ai fini dell’imponibilità della plusvalenza, se oggetto del trasferimento a titolo oneroso è un edificio, detto trasferimento non può mai essere riqualificato come cessione di area edificabile, nemmeno quando l’edificio è destinato alla successiva demolizione e ricostruzione.


Bonus locazione botteghe e negozi: precisazioni dal Fisco


Forniti chiarimenti sulla concessione del credito d’imposta locazione botteghe e negozi, introdotto dall’art. 65 del decreto “Cura Italia” (Agenzia delle Entrate – Risposta 07 settembre 2020, n. 318).

La società istante è conduttrice dell’unità immobiliare, classificata come C1, destinata alla vendita al dettaglio di articoli di pelletteria ed accessori.
L’immobile che viene utilizzato dall’istante è un bene pubblico e il contratto è stato stipulato nella forma di concessione.
In merito a ciò, chiede all’Agenzia delle Entrate se può usufruire del credito d’imposta disciplinato dall’art. 65 del decreto “Cura Italia”.
L’art. 65 del D.L. 18/2020 prevede un credito d’imposta a favore dei soggetti esercenti attività di impresa, pari al 60% delle spese sostenute a marzo 2020 per canoni di locazione purché relativi ad immobili rientranti nella categoria catastale C/1. Per poter beneficiare del credito d’imposta il locatario deve:
– essere titolare di un’attività economica, di vendita di beni e servizi al pubblico, oggetto di sospensione in quanto non rientrante tra quelle identificate come essenziali;
– essere intestatario di un contratto di locazione di immobile rientrante nella categoria catastale C/1.
Con la circolare n. 14/E del 6 giugno 2020, inoltre, sono stati forniti i primi chiarimenti in relazione al credito avente la medesima finalità disciplinato con l’articolo 28 del decreto-legge 19 maggio 2020, n.34 (Credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda), nella quale, inoltre, è stato precisato che il legislatore ha assimilato alla locazione, anche l’ipotesi in cui il bene è condotto sulla base di un contratto di leasing operativo, poiché «questo tipo di contratto ha la medesima funzione economica del contratto locazione “tipico”».
Considerata la sostanziale identità delle due agevolazioni, si ritiene che i chiarimenti forniti in relazione al credito d’imposta di cui all’articolo 28 del menzionato Decreto Rilancio, in quanto compatibili, siano riportabili anche in relazione al cd. credito per negozi e botteghe.
Nel caso in oggetto, quindi, a prescindere dalla qualificazione del contratto in essere con il Comune, tenuto conto che la struttura contrattuale rappresentata presenta la medesima funzione economica del contratto locazione “tipico”, l’Agenzia ritiene che l’istante possa fruire del credito d’imposta pari al 60 per cento dei canoni versati relativi di marzo 2020 previsti dal  contratto di concessione stipulato col comune (ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti previsti per la fruizione del cd. credito d’imposta per negozi e botteghe).
Da ultimo rammenta che, al fine di evitare la sovrapposizione in capo ai medesimi soggetti e per le medesime spese, il comma 8 prevede espressamente il divieto di cumulo con il credito d’imposta previsto dall’articolo 65 del decreto legge 17 marzo 2020, n.18 in relazione ai canoni di locazione pagati relativi al mese di marzo.

Come dedurre l’indennità di portafoglio pagata dal promotore finanziario

Con la Risposta ad interpello n. 317 del 2020, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che l’indennità di “portafoglio” corrisposta dal consulente finanziario alla banca mandante per subentrare ad altro promotore nella gestione e cura di un portafoglio clienti in nome e per conto della stessa mandante rientra tra le spese relative a più esercizi.

Il caso esaminato riguarda un consulente finanziario che, in qualità di mandatario della banca per cui opera, ha ricevuto dalla medesima banca mandante un “portafoglio clienti” a cui fornire assistenza in nome e per conto della mandante, precedentemente gestiti da altri consulenti finanziari. In cambio del portafoglio clienti, il consulente si è impegnato a corrispondere alla mandante un importo in rivalsa pari all’ammontare che la stessa corrisponderà, come indennità di clientela, al consulente finanziario che ha “ceduto” il cliente.
Più precisamente, in base alle norme contrattuali che regolano il rapporto tra la banca ed i consulenti finanziari, le somme versate a titolo di “indennità di portafoglio” costituiscono il prezzo per l’acquisizione della gestione di una parte del pacchetto di clientela facente capo ad un promotore finanziario che si trovi in una delle seguenti condizioni:
– in caso di cessazione del rapporto di agenzia;
– in costanza di rapporto di agenzia, in caso di assegnazione in tutto o parte del portafoglio clienti ad uno o più private banker subentranti;
– in caso di decesso del private banker o nel caso di cessazione del rapporto dovuta a invalidità permanente e totale del private banker stesso.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, date le caratteristiche del negozio sottostante il pagamento dell’indennità di “portafoglio”, non può ritenersi una cessione di clientela del consulente finanziario uscente, bensì una sorta di “diritto allo sfruttamento” della clientela stessa, assimilabile alla “licenza” di utilizzazione di un dato bene. Ciò in quanto, i clienti sono e restano clienti della banca mandante, nel cui interesse i consulenti finanziari concludono contratti e forniscono assistenza.
Di conseguenza l’indennità che il consulente finanziario si impegna a corrispondere alla banca mandante per subentrare nella gestione di un portafoglio clienti, in nome e per conto della stessa mandante, ai fini della determinazione del proprio reddito (di impresa), deve ritenersi riconducibile alle spese relative a più esercizi.
Secondo l’articolo 108 del TUIR, tali spese sono deducibili nel limite della quota imputabile a ciascun esercizio.

Incentivi fiscali per il rientro in Italia di docenti/ricercatori residenti all’estero


04 SETT 2020 Il contribuente che abbia trasferito la residenza in Italia nel periodo d’imposta 2020 per svolgere l’attività di ricercatore presso un’università italiana, lo stesso, laddove risultino soddisfatti gli altri requisiti previsti dalla disciplina de qua, può beneficiare dell’agevolazione fiscale per i redditi prodotti in Italia a decorrere dall’anno d’imposta 2020 e per i cinque periodi d’imposta successivi, sempre che permanga la residenza fiscale in Italia. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 03 settembre 2020, n. 307).

Ai fini delle imposte sui redditi è escluso dalla formazione del reddito di lavoro dipendente o autonomo il novanta per cento degli emolumenti percepiti dai docenti e dai ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato e non occasionalmente residenti all’estero, abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi e che vengono a svolgere la loro attività in Italia, acquisendo conseguentemente la residenza fiscale nel territorio dello Stato».
Le disposizioni (…) si applicano (…) nel periodo d’imposta in cui il ricercatore diviene fiscalmente residente nel territorio dello Stato e nei cinque periodi d’imposta successivi sempre che permanga la residenza fiscale in Italia».
Per quanto concerne i requisiti soggettivi, i docenti e ricercatori possono beneficiare della tassazione agevolata, al verificarsi delle seguenti condizioni:
a) essere in possesso di un titolo di studio universitario o equiparato;
b) essere stati non occasionalmente residenti all’estero;
c) aver svolto all’estero documentata attività di ricerca o docenza per almeno due anni continuativi, presso centri di ricerca pubblici o privati o università;
d) svolgere l’attività di docenza e ricerca in Italia;
e) acquisire la residenza fiscale nel territorio dello Stato.
La norma risponde alla duplice esigenza di porre rimedio al c.d. fenomeno della “fuga dei cervelli” e di favorire lo sviluppo tecnologico e scientifico del Paese.
Condizione necessaria per l’applicazione dell’agevolazione in commento, tra le altre, è che il ricercatore acquisisca e mantenga la residenza in Italia.
Per quanto riguarda il requisito della residenza fiscale nel territorio dello Stato, la stessa si applica ai soggetti che trasferiscono la residenza in Italia, ai sensi dell’articolo 2 del TUIR, il quale considera residenti in Italia le persone fisiche che, per la maggior parte del periodo d’imposta (183 giorni o 184 giorni in caso di anno bisestile), sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato la residenza o il domicilio ai sensi del codice civile. Le condizioni appena indicate sono tra loro alternative; pertanto, la sussistenza anche di una sola di esse è sufficiente a far ritenere che un soggetto sia qualificato, ai fini fiscali, residente in Italia.
La disposizione non si rivolge soltanto ai cittadini italiani che intendono rientrare in Italia, ma interessa in linea generale tutti i ricercatori residenti all’estero, che trasferendosi nel territorio nazionale possono favorire lo sviluppo della ricerca in Italia in virtù delle loro particolari conoscenze scientifiche.
Per integrare il requisito della attività all’estero, la norma richiede che essa sia stata svolta presso una università o un centro di ricerca, pubblico o privato, per quanto riguarda l’attività da svolgere in Italia non dispone nulla in merito ai requisiti dei datori di lavoro e dei committenti dei docenti e ricercatori.
Si deve, pertanto, ritenere che non assuma rilievo la natura del datore di lavoro o del soggetto committente, che, per l’attività di ricerca, può essere una università, pubblica o privata, o un centro di ricerca pubblico o privato o una impresa o un ente che, in ragione della peculiarità del settore economico in cui opera, disponga di strutture organizzative finalizzate alla ricerca.
Nella fattispecie l’Istante, cittadino straniero, dichiara di essere un ricercatore che, dal 1° gennaio 2020, si è trasferito in Italia per svolgere l’attività di “ricercatore a tempo determinato di tipo B” presso un’università italiana.
L’Istante fa presente di aver completato il dottorato nel suo Paese natio e poi di aver lavorato come ricercatore (postdoc) per 34 mesi, prima, e 26 mesi, dopo, in due Paesi europei. Tanto premesso, l’Istante chiede di sapere se può beneficiare dell’agevolazione fiscale in esame, considerando che non ha mai avuto la residenza in Italia e che è in Italia per la prima volta.
Con riferimento al caso di specie, nel presupposto che l’Istante abbia trasferito la residenza in Italia nel periodo d’imposta 2020 per svolgere l’attività di ricercatore presso un’università italiana, si ritiene che lo stesso, laddove risultino soddisfatti gli altri requisiti previsti dalla disciplina de qua, può beneficiare dell’agevolazione fiscale per i redditi prodotti in Italia a decorrere dall’anno d’imposta 2020 e per i cinque periodi d’imposta successivi, sempre che permanga la residenza fiscale in Italia.

Misure per il Comune di Lampedusa e Linosa


Approvato un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti per far fronte a esigenze indifferibili connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. Nel testo, in particolare, sono previste misure di sostegno alle isole Pelagie (Presidenza del Consiglio dei Ministri – Comunicato 03 settembre 2020).

In considerazione dell’andamento dei flussi migratori e delle conseguenti misure di sicurezza sanitaria necessarie per la prevenzione del contagio da COVID-19, il decreto-legge approvato prevede, per i soggetti che hanno il domicilio fiscale, la sede legale o la sede operativa nel territorio del Comune di Lampedusa e Linosa, la sospensione fino al 21 dicembre 2020 dei versamenti dei tributi nonché dei contributi previdenziali ed assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali.


Cessioni intracomunitarie: prova del trasferimento dei beni al cessionario europeo

Una delle condizioni per l’applicazione della disciplina IVA relativa alle cessioni intracomunitarie è il trasferimento dei beni, fuori dal territorio dello Stato, a soggetti passivi in altri Stati membri dell’Unione Europea. L’Agenzia delle Entrate ha illustrato le modalità di prova del trasferimento fisico dei beni dal cedente al cessionario, in relazione cessioni intracomunitarie (Risposta 3 settembre 2020, n. 305).

Con riferimento alle cessioni intracomunitarie, ai fini dell’applicazione del corrispondente trattamento IVA, è richiesta la prova del trasferimento fisico dei beni al cessionario in altro Stato membro dell’Unione Europea.
In proposito la normativa europea stabilisce, con effetto dal 1° gennaio 2020, una presunzione relativa circa l’avvenuto trasporto di beni in ambito comunitario, disciplinando due ipotesi specifiche:
– i beni spediti o trasportati dal venditore o da un terzo per suo conto;
– i beni trasportati dall’acquirente o da un terzo per suo conto.


Nella prima ipotesi, il venditore, oltre a dichiarare che i beni sono stati spediti o trasportati da lui o da terzi per suo conto, deve produrre almeno due documenti, non contraddittori e provenienti da soggetti diversi tra loro e indipendenti sia dal venditore che dall’acquirente. Si tratta dei documenti relativi al trasporto o alla spedizione dei beni,quali ad esempio un documento o una lettera CMR riportante la firma del trasportatore, una polizza di carico, una fattura di trasporto aereo, oppure una fattura emessa dallo spedizioniere.
In alternativa, il venditore può presentare, oltre alla dichiarazione che i beni sono stati spediti o trasportati da lui o da terzi per proprio conto, uno dei documento suindicati ed uno qualsiasi dei seguenti documenti:
1) una polizza assicurativa relativa alla spedizione o al trasporto dei beni o i documenti bancari attestanti il pagamento per la spedizione o il trasporto dei beni;
2) documenti ufficiali rilasciati da una pubblica autorità, ad esempio da un notaio, che confermano l’arrivo dei beni nello Stato membro di destinazione;
3) una ricevuta rilasciata da un depositario nello Stato membro di destinazione che confermi il deposito dei beni in tale Stato membro.


Nella seconda ipotesi, l’acquirente deve fornire al venditore, entro il decimo giorno del mese successivo alla cessione, una dichiarazione scritta che certifichi che i beni sono stati trasportati o spediti dall’acquirente o da un terzo per suo conto, e dalla quale dovranno risultare lo Stato membro di destinazione dei beni, la data del rilascio, il nome e l’indirizzo dell’acquirente, la quantità e la natura dei beni ceduti, la data e il luogo del loro arrivo, l’identificazione della persona che ha accettato i beni per conto dell’acquirente e, qualora si tratti di mezzi di trasporto, il numero di identificazione del mezzo. Oltre che di tale dichiarazione, l’acquirente deve essere in possesso di almeno due dei documenti relativi al trasporto delle merci (documento o una lettera CMR riportante la firma del trasportatore, una polizza di carico, una fattura di trasporto aereo, oppure una fattura emessa dallo spedizioniere), rilasciati da due diverse parti indipendenti, l’una dall’altra, dal venditore e dall’acquirente oppure di uno dei predetti documenti di trasporto, insieme ad uno dei seguenti documenti:
1) una polizza assicurativa relativa alla spedizione o al trasporto dei beni o i documenti bancari attestanti il pagamento per la spedizione o il trasporto dei beni;
2) documenti ufficiali rilasciati da una pubblica autorità, ad esempio da un notaio, che confermano l’arrivo dei beni nello Stato membro di destinazione;
3) una ricevuta rilasciata da un depositario nello Stato membro di destinazione che confermi il deposito dei beni in tale Stato membro.


È riconosciuta, comunque, agli Stati membri la facoltà di applicare norme o prassi nazionali ulteriori in materia di prova delle cessioni intracomunitarie, eventualmente più flessibili della presunzione prevista dal Regolamento IVA.
Inoltre, qualora non sia possibile produrre la suddetta documentazione specificamente richiesta dalla normativa europea ai fini dell’applicazione della presunzione, è riconosciuta al contribuente la possibilità di dimostrare che l’operazione sia realmente avvenuta, con altri elementi oggettivi di prova.


In proposito l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che non soddisfa i requisiti di prova la soluzione prospettata dalla società attiva in Italia nel settore della grande distribuzione, che effettui cessioni intracomunitarie con clausola “franco fabbrica” a soggetti passivi stabiliti in altri Stati membri, che ne curano il trasporto con mezzi propri a partire da un punto vendita situato in prossimità dei confini nazionali.
In particolare non possono ritenersi valide ai fini della prova di cessioni intracomunitarie le seguenti procedure:
(Soluzione A)
– acquisizione, contestualmente alla consegna della merce, di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, nella quale il cliente estero dichiara di:
1. essere soggetto passivo IVA nella giurisdizione di destinazione finale dei beni acquistati (che deve naturalmente essere uno Stato membro UE);
2. essere in grado di provvedere con mezzi propri al trasferimento fisico dei beni, indicando la loro destinazione;
– emissione di fattura non imponibile ex articolo 41 DL 331/1993;
– conservazione della documentazione descritta, unitamente agli elenchi Intrastat e alla documentazione bancaria di pagamento, ove disponibile.


(Soluzione B)
– emissione di fattura imponibile ex articolo 2 del DPR 633/1972;
– acquisizione della conferma dell’avvenuto trasferimento tramite dichiarazione scritta da parte del cessionario, nella quale si chiede di indicare espressamente che le merci relative alle fatture [x] sono regolarmente pervenute presso il deposito/negozio/sede in [Stato UE] in data [xx/xx/xxxx];
– a seguito dell’acquisizione della conferma, storno della fattura imponibile Iva con nota di credito ex articolo 26 del DPR 633/1972 ed emissione di una nuova fattura, ex articolo 41 del DL 331/1993;
– conservazione della documentazione acquisita unitamente agli elenchi Intrastat e alla documentazione bancaria di pagamento, ove disponibile.


Volontari della protezione civile, accesso al premio lavoratori dipendenti


Forniti chiarimenti sull’accesso al premio ai lavoratori dipendenti previsto dall’art. 63, co. 1, D.L. n. 18/2020, in relazione ai giorni del mese di marzo 2020 in cui il contribuente ha effettuato attività di protezione civile in qualità di volontario (Agenzia delle Entrate – Risposta 02 settembre 2020, n. 302).

Il lavoro prestato quale volontario della Protezione Civile, si configura come una “diversa” modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, e di conseguenza il contribuente non può considerarsi assente (circostanza ostativa al riconoscimento dell’incentivo economico), bensì tenuto ad una diversa modalità di svolgimento dell’attività lavorativa. Ne consegue che l’Istante potrà a fruire del premio, pari a 100 euro, di cui all’articolo 63, comma 1, del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, in relazione ai giorni del mese di marzo 2020 in cui ha effettuato attività di protezione civile ai sensi del decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1, essendo tali giornate equiparabili a quelle che avrebbe trascorso, in qualità di dipendente, presso la propria sede di lavoro.


COVID-19: mancato utilizzo del badge elettronico per la somministrazione del vitto


03 SETT 2020 L’indennità erogata da un Ente pubblico ai propri dipendenti che nel periodo di emergenza da Covid-19 non hanno potuto utilizzare il badge elettronico per la somministrazione del vitto, sempreché sussistano tutte le condizioni, non concorre alla formazione del reddito di lavoro dipendente (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 02 settembre 2020, n. 301).

Ai fini fiscali, non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro nonché quelle in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro o gestite da terzi; le prestazioni sostitutive delle somministrazioni di vitto fino all’importo complessivo giornaliero di euro 4, aumentato a euro 8 nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica; le indennità sostitutive delle somministrazioni di vitto corrisposte agli addetti ai cantieri edili, ad altre strutture lavorative a carattere temporaneo o ad unità produttive ubicate in zone dove manchino strutture o servizi di ristorazione fino all’importo complessivo giornaliero di euro 5,29.
In merito alle suddette indennità sostitutive, l’esclusione di tali importi dalla formazione del reddito di lavoro dipendente può riguardare soltanto quelle categorie di lavoratori per le quali ricorrano contemporaneamente le seguenti condizioni:
– avere un orario di lavoro che comporti la pausa per il vitto; sono esclusi, quindi, tutti i dipendenti ai quali, proprio in funzione della particolare articolazione dell’orario di lavoro che non consente di fruire della pausa pasto, viene attribuita una indennità sostitutiva di mensa;
– essere addetti ad una unità produttiva; sono esclusi, quindi, coloro che non sono stabilmente assegnati ad una “unità” intesa come sede di lavoro;
– ubicazione della suddetta unità in un luogo che, in relazione al periodo di pausa concesso per il pasto, non consente di recarsi, senza l’utilizzo di mezzi di trasporto, al più vicino luogo di ristorazione, per l’utilizzo di buoni pasto.
La somministrazione di alimenti e bevande attraverso card elettroniche che ne permettono di verificare in tempo reale l’utilizzo da parte del dipendente è assimilata alla mensa aziendale “diffusa”, per cui i corrispondenti importi non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente, a prescindere dal superamento o meno del limite di 5,29 euro.
Con riguardo alla fattispecie esaminata dal Fisco, si ritiene che l’indennità sostitutiva erogata dall’Ente pubblico, per un importo giornaliero di euro 5,29, ai dipendenti che hanno prestato l’attività lavorativa presso la sede lavorativa e che non hanno potuto utilizzare il proprio badge elettronico, a causa della chiusura degli esercizi pubblici convenzionati a seguito dell’emergenza Covid-19, sia riconducibile alle indennità sostitutive delle somministrazioni di vitto corrisposte agli addetti di unità produttive ubicate in zone dove manchino strutture o servizi di ristorazione, vista la chiusura per legge di tali strutture disposta temporaneamente dal Governo per fronteggiare l’emergenza Covid-19.
Ne consegue che, sempreché sussistano nel caso di specie le condizioni sopra citate, l’indennità in questione non concorre alla formazione del reddito di lavoro dipendente.

Fisco: chiarimenti sull’asseverazione non contestuale


Fornite precisazioni sull’asseverazione non contestuale alla richiesta del titolo abitativo e alla cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante (Agenzia delle Entrate – Risposte nn. 295, 297 e 298 del 2020).

Caso 1

L’Istante rappresenta che per l’effettuazione di lavori edili su un proprio immobile ha presentato il 4 luglio 2017, al Comune competente, una richiesta di permesso di costruire (“PDC”), senza allegare all’istanza l’asseverazione di riduzione del rischio sismico, prevista dall’articolo 3, comma 3 del d.m. 28 febbraio 2017, n. 58, per fruire del cd. “sismabonus”.
Il 22 febbraio 2019, dopo il rilascio del permesso a costruire, avvenuto il 26 marzo 2018, ha allegato la documentazione del progetto strutturale comprensiva della citata asseverazione di riduzione del rischio sismico e comunicato allo sportello unico comunale la data di inizio lavori, prevista per il 27 febbraio 2019.
L’Istante chiede se per le spese di riduzione del rischio sismico del proprio immobile possa fruire della detrazione prevista nella misura del 70 o dell’80 per cento per interventi di riduzione del rischio sismico.
Relativamente ai quesiti posti dall’Istante concernenti la presentazione, del permesso a costruire (invece della SCIA) e la presentazione dell’asseverazione successivamente al rilascio del suddetto permesso a costruire da parte del Comune, ma prima dell’inizio dei lavori, l’Agenzia delle Entrate sottolinea che i lavori sono iniziati il 27 febbraio 2019 (in vigenza della disciplina precedente alle modifiche del D.M. 9 gennaio 2020, n. 65), pertanto, sulla base di quanto sopra riportato, il deposito dell’asseverazione effettuato dall’Istante deve essere considerato tardivo.
Ne consegue che alle spese sostenute per i lavori effettuati non spettano le maggiori detrazioni previste dal comma 1 quater dell’articolo 16 del decreto legge n. 63 del 2013.

Caso 2

L’Istante, in qualità di legale rappresentante della società X Srl, rappresenta di voler acquistare due unità immobiliari (una in qualità di persona fisica e l’altra in nome e per conto della Società), facenti parte di un fabbricato residenziale esistente oggetto di lavori di “demolizione e ricostruzione con ampliamento” da parte dell’impresa costruttrice.
All’atto della presentazione del permesso di costruire non è stato presentato il progetto degli interventi per la riduzione del rischio sismico e così l’asseverazione del progettista.
La società, pertanto, tramite tecnico incaricato, ha provveduto il 19 dicembre 2019 al primo deposito delle strutture e dell’asseverazione prevista dall’articolo 3 del D.M. 58 del 2017 al Comune.
In pari data è stata depositata la comunicazione con la quale è stato dichiarato l’inizio dei lavori a partire dal giorno 29 dicembre 2019, come riportato sulla stessa dichiarazione.
L’Istante chiede di sapere se l’acquisto in questione rientri tra quelli agevolabili ai sensi dell’articolo 16, comma 1-septies, del decreto legge n.63 del 2013 e, inoltre, se possa cedere al proprio coniuge il credito corrispondente alla detrazione a lei spettante per l’acquisto dell’unità abitativa e quella in capo alla società di cui è rappresentante legale.
Riguardo al quesito posto dall’Istante – concernente la redazione e la presentazione dell’asseverazione, l’Agenzia chiarisce che l’Istante, nel rispetto di tutte le altre condizioni richieste, potrà fruire per gli immobili che intende acquistare della detrazione di cui al comma 1-septies) dell’articolo 16 del decreto legge n. 63 del 2013, atteso che, come dichiarato, la prevista asseverazione è già stata presentata dall’impresa di costruzione (il 19 dicembre 2019).
Con riferimento al secondo quesito dell’Istante, l’Agenzia ritiene che l’Istante possa cedere al proprio marito il credito d’imposta corrispondente alla detrazione spettante delle spese sostenute sia per l’acquisto, come persona fisica, dell’unità abitativa, sia per l’acquisto, in qualità di legale rappresentante della società, dell’unità strumentale.

Caso 3

L’Istante rappresenta di voler acquistare da un’impresa costruttrice una unità immobiliare, situata nel Comune X, ricavata all’esito dei lavori di “demolizione e ricostruzione con ampliamento” di un edificio esistente.
L’immobile è ubicato in zona sismica 3, alla quale è stata estesa l’agevolazione di cui all’articolo 16, comma 1- septies, del decreto legge n. 63 del 2013 solo a seguito dell’entrata in vigore dell’articolo 8 del decreto legge n. 34 del 2019.
L’Istante riferisce che al permesso di costruire (datato 18 giugno 2018) non è stata allegata la prevista asseverazione di riduzione del rischio sismico, in quanto tale intervento, secondo la normativa allora vigente, non era ricompreso fra quelli per cui era possibile fruire del c.d. “sisma bonus”.
Chiede, pertanto, di sapere se l’intervento in questione, che comporta la demolizione dell’edificio preesistente e la ricostruzione del medesimo con aumento di volume, rientri tra quelli agevolabili ai sensi del richiamato articolo 16, comma 1- septies, del decreto legge n. 63 del 2013 e, inoltre, se l’attestazione di riduzione del rischio sismico, rilasciata dal professionista abilitato, non allegata all’originaria richiesta di permesso, possa essere successivamente depositata in sede di variante al progetto, ai fini dell’accesso al regime agevolativo in discorso.
Rispondendo al primo quesito, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che sono ammessi alla detrazione anche gli interventi di demolizione e ricostruzione dell’edificio con un aumento volumetrico rispetto a quello preesistente, sempreché le disposizioni normative urbanistiche in vigore permettano tale variazione, né rileva la circostanza che il fabbricato ricostruito contenga eventualmente un numero maggiore di unità immobiliari rispetto al preesistente.
Con riferimento al secondo quesito, l’Agenzia precisa che l’Istante, nel rispetto di tutte le altre condizioni richieste, potrà fruire della detrazione di cui al citato comma 1- septies) dell’articolo 16 del decreto legge n. 63 del 2013, a condizione che la predetta asseverazione sia presentata dall’impresa entro la data di stipula del rogito dell’immobile oggetto degli interventi di riduzione del rischio sismico.


Ecobonus o bonus facciate: facoltà dei condomini di scegliere quale detrazione applicare


02 sett 2020 In caso d’interventi di isolamento termico di un fabbricato in condominio con sistema “a cappotto” ogni condomino, per la parte di spesa a lui imputabile, può stabilire se fruire del bonus facciate o del cd. ecobonus, indipendentemente dalla scelta operata dagli altri condomini, a condizione che siano rispettati gli adempimenti specificamente previsti in relazione a ciascuna agevolazione. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 01 settembre 2020, n. 49/E).

Nella fattispecie l’Istante, in qualità di amministratore e legale rappresentante di un condominio, rappresenta che i condomini intendono realizzare un cappotto termico esterno in tutte le facciate del fabbricato condominiale che si trova all’interno di una zona omogenea B.
Poiché l’intervento ha tutte le caratteristiche per accedere al cd. bonus facciate ma potrebbe anche rientrare tra gli interventi di riqualificazione energetica – che consente la possibilità di cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante – chiede se ciascun condomino possa scegliere autonomamente di quale agevolazione fruire.
In particolare, chiede se ciascun condomino possa decidere di usufruire dell’ecobonus, con la finalità di avvalersi della facoltà di cessione del credito per ridurre l’esborso economico connesso all’intervento, oppure del bonus facciate o se, invece, la scelta debba essere fatta dall’assemblea condominiale vincolando tutti i condomini. Qualora fosse possibile per ciascun condomino esercitare la propria scelta, inoltre, chiede con quale modalità vadano comunicati i dati relativi a ciascun condomino e quale tipologia di “bonifico parlante” dovrà essere utilizzata per i pagamenti dei fornitori.
Il Fisco, in merito al quesito posto dall’Istante, ritiene che ogni condomino, per la parte di spesa a lui imputabile, può stabilire se fruire del bonus facciate o del cd. ecobonus, indipendentemente dalla scelta operata dagli altri condomini, a condizione che siano rispettati gli adempimenti specificamente previsti in relazione a ciascuna agevolazione. Nel caso oggetto della presente istanza di interpello, peraltro, gli adempimenti da porre in essere ai fini del bonus facciate e ai fini dell’ecobonus sono, di fatto, identici e possono essere effettuati dall’amministratore di condominio. Ai fini della comunicazione finalizzata all’elaborazione della dichiarazione precompilata, l’amministratore di condominio dovrà, in particolare, suddividere la spesa complessiva sostenuta dal condominio in base alle scelte operate dai singoli condòmini, tenuto conto che gli interventi hanno limiti e percentuali di detrazione diverse. Nella predetta comunicazione, pertanto, l’amministratore di condominio dovrà indicare le due distinte tipologie di interventi e, per ciascuno di questi, le spese sostenute, i dati delle unità immobiliari interessate, i dati relativi ai condòmini a cui sono attribuite le spese per ciascun tipo di intervento, con le relative quote di spesa, specificando quali condomini hanno esercitato l’opzione per la cessione del credito.